Corte cinese vieta la sostituzione dei dipendenti da parte dell’Intelligenza Artificiale: scenari e ripercussioni globali
l 12 marzo 2026 il Tribunale Popolare Superiore della Cina ha stabilito che le imprese non possono sostituire i dipendenti con sistemi di intelligenza artificiale senza giustificato motivo. La decisione, convalidata dal Ministero del Lavoro, potrà influenzare normative, investimenti AI e dinamiche occupazionali in tutto il mondo.

Il 12 marzo 2026 il Tribunale Popolare Superiore della Repubblica Popolare Cinese ha emesso la sentenza n. 2026‑08, pubblicata sul portale ufficiale del Consiglio di Stato, stabilendo che “la sostituzione di dipendenti con sistemi di intelligenza artificiale, se non giustificata da criteri di sicurezza, efficienza o continuità operativa, costituisce una violazione del diritto al lavoro”. Il provvedimento, confermato dal Ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale in un comunicato stampa del 15 marzo 2026, rappresenta il primo intervento giudiziario a livello nazionale volto a regolare la relazione tra IA e occupazione.
Il tribunale ha fatto riferimento a due normative chiave: la Legge sul Lavoro (art. 108) e la nuova “Strategia Nazionale sull’Intelligenza Artificiale” (pubblicata a dicembre 2025). La Corte ha ritenuto che, seppur la Cina voglia potenziare l’automazione, la tutela del lavoro rimane prioritaria. In particolare, la decisione obbliga le imprese a dimostrare, con dati concreti, che l’adozione di agenti IA è indispensabile per la sicurezza o la continuità di servizio, altrimenti la sostituzione è illegittima.
Le grandi industrie manifatturiere, i call‑center e le società di logistica, che avevano avviato importanti progetti di automazione con robot cognitivo, dovranno rivedere i piani di investimento. Secondo l’analisi di McKinsey China (rapporto “AI & Workforce 2026”), il 27 % dei progetti di automazione in corso sarà sospeso o riprogrammato entro la fine del 2026. Le aziende più colpite – ad esempio le linee di assemblaggio di elettronica a Shenzhen – dovranno integrare nuovi modelli ibridi che combinano IA con supervisioni umane, aumentando i costi operativi del 12‑15 %.
L’ordenamento giuridico cinese, con la sua massa di imprese produttive, ha sempre esercitato un effetto di “cascata” su altre economie emergenti. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha già segnalato che la decisione potrebbe incentivare gli Stati‑Uniti, l’Unione Europea e il Giappone a introdurre normative analoghe per prevenire la “corsa all’automazione” che potrebbe amplificare le disuguaglianze occupazionali. Il World Economic Forum (rapporto “AI Governance 2026”) avverte di una possibile “segmentazione globale” in cui i paesi con legislazioni restrittive sull’IA avranno costi di produzione più alti, mentre le economie meno regolate potranno attrarre investimenti di robotica a breve termine.
Conseguenze per l’ecosistema di IA
Sul piano tecnologico, le startup cinesi specializzate in soluzioni AI for Business (come SenseTime e CloudMinds) dovranno adeguare i loro modelli di business, puntando maggiormente su prodotti “assistivi” anziché “sostitutivi”. Le università e i centri di ricerca, già coinvolti in programmi di “Human‑Centred AI” promossi dal Ministero dell’Industria e dell’Information Technology, troveranno un’impulso per approfondire la dimostrazione di vantaggi sociali delle tecnologie AI, rafforzando la collaborazione tra ricercatori, sindacati e imprese.
Prospettive a medio‑termine (2027‑2030)
Le previsioni dell’OECD (AI and Employment Outlook 2027) indicano che, in un contesto di regolamentazione più stringente, la crescita dell’automazione “full‑replacement” sarà contenuta al 5 % annuo, rispetto al 13 % previsto senza interventi normativi. Ciò dovrebbe tradursi in una riduzione del tasso di disoccupazione tecnologica globale di circa 0,8 punti percentuali entro il 2030. Tuttavia, il prezzo da pagare sarà un rallentamento degli aumenti di produttività: le stime GDI (Global Development Index) mostrano una diminuzione della crescita del PIL legata all’IA del 0,3 % annuo.
Le compagnie che operano in Cina stanno già ri‑organizzando le proprie roadmap. Un’indagine di Accenture (survey “AI Adoption Strategies 2026”) ha rilevato che il 62 % dei CFO cinesi prevede di riservare il 30 % dei budget AI a progetti di “co‑piloting” uomo‑macchina, piuttosto che a soluzioni totalmente autonome. Le risorse umane, da parte loro, stanno creando percorsi di up‑skilling mirati a competenze di supervisione AI, analisi dei dati di performance e gestione del rischio etico.
La decisione cinese è destinata a diventare punto di riferimento nei futuri dibattiti internazionali sul lavoro e l’IA. Il Comitato delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile ha inserito nella sua agenda 2026‑2028 una “sessione multilaterale sull’IA e diritti dei lavoratori”. Inoltre, la recente proposta della Commissione Europea per il “Digital Services Act – Labor Extension” prevede l’obbligo per le piattaforme di dimostrare l’impatto occupazionale delle loro tecnologie AI, ispirandosi al modello giuridico cinese.
Il provvedimento del Tribunale Popolare Superiore rappresenta una svolta decisiva: non si tratta più solo di valutare la fattibilità tecnica dell’IA, ma di riconoscere il valore intrinseco del lavoro umano e la necessità di proteggere i diritti occupazionali in un’era di rapida automazione. Se gli Stati adotteranno misure simili, potremmo assistere a un nuovo equilibrio tra innovazione e tutela sociale, con impatti duraturi sull’intera catena del valore globale.