L'intelligenza artificiale ci rende stupidi? Il vero problema è un altro
Il 35% degli italiani è analfabeta funzionale, secondo l'OCSE. L'AI non crea il problema: lo amplifica. Usarla bene può trasformarsi in un'opportunità straordinaria per chi vuole davvero capire il mondo.

C'è una frase che torna puntuale ogni volta che si apre una conversazione sull'intelligenza artificiale: "Stiamo diventando tutti più stupidi." La gente smetterà di usare il proprio cervello, dicono in molti. È una preoccupazione comprensibile, persino legittima. Ma prima di darle torto o ragione, vale la pena fermarsi su un dato che cambia completamente la prospettiva.
Secondo i dati OCSE — l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, una delle fonti statistiche più autorevoli a livello internazionale — circa il 35% degli italiani è considerato analfabeta funzionale. Non si tratta di persone che non sanno leggere o scrivere. Si tratta di adulti che, quando si trovano davanti a un testo mediamente complesso, a un documento burocratico, a un articolo scientifico o anche solo a un video con un lessico leggermente tecnico, non riescono a comprenderne il significato profondo. Leggono le parole, ma non ne afferrano il senso.
Questo dato, aggiornato nell'ambito del programma PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), non è nuovo. Esiste da decenni, ben prima che ChatGPT o qualsiasi altro sistema di intelligenza artificiale generativa entrasse nelle nostre vite. Il punto, allora, diventa chiaro: l'AI non ha creato questo problema. Lo ha reso visibile, lo ha portato in superficie con una forza che prima non aveva.
Le radici dell'analfabetismo funzionale affondano nel sistema educativo. Per anni, la scuola italiana — come molte scuole europee — ha privilegiato la memorizzazione sulla comprensione. Ripeti, studia, porta a casa il voto, vai avanti. Il pensiero critico, la capacità di collegare concetti distanti tra loro, di risolvere problemi complessi ragionando per livelli, viene sviluppato tardi — spesso all'università — e da una percentuale limitata di persone.
A questo si aggiunge una trasformazione profonda nei consumi informativi. Leggiamo sempre meno contenuti lunghi. Siamo abituati a informazioni rapide, frammentate, continue. Il formato video breve — quello da quindici secondi che domina le piattaforme social — ha ridisegnato il modo in cui il cervello elabora gli stimoli. Non è un giudizio morale: è neurologia. Un cervello allenato a consumare contenuti brevissimi trova progressivamente più difficile sostenere l'attenzione su qualcosa di più articolato. E poi c'è l'esaurimento. Stress cronico, notifiche continue, overload informativo, carenza di sonno: quando si è costantemente bombardati di stimoli, il cervello entra in una modalità di risparmio energetico. Non approfondisce. Reagisce. E basta.
Questo scenario, già fragile di per sé, incontra oggi l'intelligenza artificiale. E qui il rischio diventa concreto. Chi non ha mai imparato a verificare un'informazione, a distinguere una fonte attendibile da una inaffidabile, a riconoscere un ragionamento fallace, si trova esposto a una quantità di contenuti generati — o manipolati — da sistemi automatizzati che non ha precedenti storici. Le fake news esistevano prima dell'AI, è vero. Ma la velocità e la scala con cui oggi possono essere prodotte e diffuse sono incomparabili.
Quando una parte significativa della popolazione fatica a interpretare informazioni complesse, il dibattito pubblico diventa terreno fertile per la manipolazione. Gli slogan semplici su problemi enormi funzionano. Il linguaggio tecnico usato per non dire nulla convince. Succede in politica, nei media, nel business. Succede anche nella divulgazione, dove a volte la complessità del lessico viene usata come simulacro di autorevolezza.
Allora l'intelligenza artificiale ci rende più stupidi? La risposta dipende interamente da come la si usa. Se la si adopera per smettere di pensare, per delegare ogni ragionamento a una macchina senza mai interrogarsi sul risultato, sì: il rischio è reale. Ma se la si usa per accedere a conoscenza che prima sembrava irraggiungibile, per farsi spiegare un concetto difficile in modo comprensibile, per studiare meglio e più velocemente, allora diventa uno strumento straordinario di emancipazione intellettuale.
La tecnologia ha sempre amplificato ciò che già esiste nelle persone. L'AI non fa eccezione. Chi la usa bene può capire il mondo con una profondità nuova. E chi capisce meglio il mondo è, semplicemente, meno manipolabile.