L'IA non appartiene a nessuno — o forse a tutti: la battaglia che cambierà il futuro
Bernie Sanders vuole nazionalizzare il 50% delle grandi aziende AI americane. Una proposta che apre una guerra silenziosa per il controllo della tecnologia più potente della storia.

Bernie Sanders vuole nazionalizzare il 50% delle grandi aziende AI americane. Una proposta che apre una guerra silenziosa per il controllo della tecnologia più potente della storia.
Bernie Sanders, il senatore del Vermont che da decenni incarna l'ala più progressista della politica americana, ha presentato una proposta di legge che sta facendo tremare la Silicon Valley. L'obiettivo è chiaro e brutale nella sua semplicità: obbligare colossi come OpenAI, Anthropic e xAI di Elon Musk a cedere il cinquanta per cento delle proprie azioni a un fondo pubblico controllato dal governo federale degli Stati Uniti. Non una tassa, non una regolamentazione. Metà dell'azienda. Punto.
La reazione immediata di chi segue i mercati tecnologici è stata prevedibile: urla di allarme, accuse di socialismo, paragoni con il Venezuela. Ma fermarsi alla superficie di questa proposta sarebbe un errore. Perché il ragionamento che Sanders porta avanti ha una logica interna difficile da smontare con le solite argomentazioni liberiste.
L'intelligenza artificiale, così come la conosciamo oggi, è stata addestrata su una quantità di dati che va oltre l'immaginazione. Libri, articoli, codice sorgente, post sui social media, conversazioni online, opere letterarie, musicali, pittoriche. Decenni di produzione intellettuale collettiva dell'umanità, generata nella stragrande maggioranza dei casi da persone che non hanno mai ricevuto un centesimo per quel contributo. I Large Language Model come GPT, Claude e Grok hanno letteralmente divorato la mente collettiva della civiltà umana per costruire i loro sistemi. E i profitti di questa operazione — profitti astronomici, secondo le proiezioni di Goldman Sachs che stima il mercato globale dell'AI a oltre 1,8 trilioni di dollari entro il 2030 — andrebbero a finire nelle tasche di un ristretto gruppo di miliardari. Sam Altman, Elon Musk, Dario Amodei. Persone brillanti, senza dubbio, ma pur sempre pochissime.
Qui nasce il corto circuito che Sanders vuole interrompere con la sua proposta. Non è una questione ideologica astratta. È una domanda molto concreta: se il motore dell'intelligenza artificiale è stato costruito usando il lavoro intellettuale non retribuito di miliardi di esseri umani, chi ha davvero diritto ai profitti che ne derivano?
La risposta della Silicon Valley è altrettanto concreta: sono stati i capitali privati, il rischio imprenditoriale, la visione strategica dei fondatori a trasformare quella materia grezza in tecnologia funzionante. Senza miliardi di investimenti privati, senza anni di ricerca costosa, quei dati sarebbero rimasti dati. È il capitale, non la folla, ad aver creato valore.
Entrambe le posizioni hanno una parte di verità. Ed è esattamente per questo che la proposta di Sanders, per quanto estrema possa sembrare nell'immediato, rappresenta qualcosa di più di una semplice boutade elettorale. È il primo segnale visibile di una tensione che crescerà inevitabilmente nei prossimi anni, man mano che l'intelligenza artificiale penetrerà ogni settore dell'economia, ridefinirà il mercato del lavoro e concentrerà un potere senza precedenti storici nelle mani di chi controlla i modelli più avanzati.
Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo rapporto del gennaio 2024 intitolato AI and the Future of Work, ha stimato che l'intelligenza artificiale potrebbe impattare il sessanta per cento dei posti di lavoro nei paesi avanzati. Non necessariamente eliminarli, ma trasformarli in modo radicale. In questo scenario, la domanda su chi controlla l'AI smette di essere filosofica e diventa urgente, pratica, politica nel senso più letterale del termine.
La vera guerra che si sta aprendo non è tra Sanders e Altman. È tra tre visioni del futuro incompatibili tra loro: l'AI come proprietà privata delle corporation, l'AI come bene pubblico controllato dagli Stati, e l'AI come infrastruttura aperta e distribuita che non appartiene a nessuno in particolare. La proposta del senatore del Vermont è solo il primo colpo ufficiale di un conflitto destinato a durare decenni e a ridisegnare l'equilibrio di potere globale in modi che oggi possiamo solo intuire.