La Cina ha cancellato 12.000 corsi di laurea: quando lo Stato decide cosa vale la pena sapere
Tra il 2021 e il 2025 la Cina ha eliminato oltre 12.000 programmi universitari, sostituendoli con corsi su AI e robotica. Una scelta che ridisegna non solo il lavoro, ma il diritto stesso a sapere.

Tra il 2021 e il 2025, la Repubblica Popolare Cinese ha fatto qualcosa che, raccontato così, suona quasi inverosimile: ha cancellato o sospeso oltre 12.000 corsi di laurea nelle università pubbliche del paese. Non si tratta di una riorganizzazione silenziosa, né di tagli dovuti a mancanza di fondi. È una scelta deliberata, dichiarata, persino rivendicata. Il Ministero dell'Istruzione cinese ha pubblicato rapporti annuali in cui spiega che i programmi eliminati erano "inadeguati alle esigenze del mercato del lavoro" e che il sistema universitario doveva allinearsi alle priorità strategiche nazionali. Al loro posto stanno comparendo, con una velocità che lascia poco spazio al dubbio, corsi in intelligenza artificiale, robotica, semiconduttori, automazione industriale e scienza dei dati. La direzione è chiara. La Cina vuole formare un esercito di tecnici per l'economia digitale che sta costruendo. E lo sta facendo nel modo più diretto possibile: decidendo cosa si può studiare e cosa no.
Il dato numerico è impressionante, ma diventa ancora più significativo se lo si contestualizza. Secondo i rapporti del Ministero dell'Istruzione della Repubblica Popolare Cinese e le analisi pubblicate dal China Daily e dal Global Times tra il 2022 e il 2025, le discipline più colpite sono state quelle umanistiche, le arti, alcune branche della giurisprudenza e le scienze sociali applicate. In altre parole, proprio quelle materie che storicamente hanno insegnato a leggere la realtà, a interrogarla, a mettere in discussione le strutture di potere. Non è un dettaglio marginale.
La domanda che emerge spontanea, e che dovrebbe inquietare chiunque si occupi di politica dell'istruzione, è questa: cosa succede quando uno Stato smette di essere il custode del sapere e diventa il suo selezionatore? Perché c'è una differenza enorme tra un governo che investe in certi settori e uno che decide quali conoscenze meritano di esistere e quali devono sparire. Il primo è una politica industriale. Il secondo è qualcosa di più sottile, e di più pericoloso.
L'intelligenza artificiale, in questo scenario, non è solo la protagonista del cambiamento: è anche il pretesto. La narrativa ufficiale di Pechino — e non solo di Pechino, va detto — è che il mondo sta cambiando così in fretta che il sistema educativo non può permettersi il lusso di insegnare ciò che non è immediatamente spendibile. È una logica comprensibile, persino condivisibile in parte. Ma nasconde un'insidia: se l'istruzione diventa puramente funzionale al mercato, smette di essere un diritto e diventa un servizio. E i servizi si ottimizzano, si tagliano, si riorientano in base alle esigenze del momento.
Quello che sta accadendo in Cina non è un fenomeno isolato. È la versione più visibile e accelerata di una tendenza che attraversa molti sistemi educativi occidentali, dove i corsi di laurea in filosofia, lettere o sociologia vengono progressivamente marginalizzati nei finanziamenti e nella percezione pubblica. La differenza è che altrove il processo è lento, mediato dal dibattito democratico, dalla stampa, dalla resistenza delle comunità accademiche. In Cina, è stato fatto in quattro anni, con un decreto.
E allora la riflessione finale non riguarda solo la Cina. Riguarda chiunque stia guardando a questo modello come a un esempio di efficienza. Prima che l'intelligenza artificiale trasformi il mercato del lavoro — e lo farà, su questo i dati dell'OCSE e del World Economic Forum sono inequivocabili — sta già trasformando qualcosa di più profondo: il perimetro di ciò che siamo autorizzati a imparare. E questo, a differenza di un algoritmo, non si può aggiornare con una patch.
Fonti: Ministero dell'Istruzione della Repubblica Popolare Cinese, rapporti annuali 2022–2025; China Daily; Global Times; OCSE, "Education at a Glance 2025"; World Economic Forum, "Future of Jobs Report 2025".