Dove va il denaro: bond corti, tech selettiva e mercati emergenti nella nuova era dell'allocazione globale
Spread corporate ancora interessanti, duration corta, tecnologia selettiva e paesi emergenti cheap: ecco come i gestori rileggono i portafogli in un contesto di inflazione persistente e tassi reali ancora bassi.

C'è qualcosa di profondamente diverso nell'aria dei mercati finanziari del 2026. Non è il rumore di fondo delle borse, né l'eco dei comunicati delle banche centrali. È qualcosa di più sottile: la sensazione diffusa tra i gestori di portafoglio che le vecchie mappe non funzionino più, che il territorio si sia spostato mentre tutti guardavano altrove. E allora ci si siede, si osserva il panorama macro con occhi nuovi, e si ridisegnano le rotte.
Sul fronte obbligazionario, la direzione sembra chiara: corporate bond sì, governativi no, o almeno non in misura rilevante. Gli spread sui titoli societari restano interessanti, non ai livelli storicamente elevati che segnalano panico, ma sufficientemente attraenti da giustificare un sovrappeso rispetto ai titoli di Stato. La vera scelta di campo, però, riguarda la duration. I gestori più avveduti la tengono corta, ben al di sotto dei benchmark di riferimento che si attestano intorno ai cinque anni: meglio stare tra i due anni e mezzo e i tre e mezzo, perché il rischio inflazione non è affatto scomparso.
E qui si apre il capitolo più interessante dell'analisi. Gli Stati Uniti, in piena fase espansiva, viaggiano con un deficit pubblico sul PIL che sfiora il 7%, una cifra che nella storia è stata tipicamente associata alle recessioni, non ai periodi di crescita. Il mercato del lavoro è solido, la disoccupazione ai minimi, la crescita salariale si muove tra il 3,5 e il 4,5%, ampiamente sopra l'inflazione registrata al 3,9%. I consumi tengono, anzi accelerano. In questo contesto, la politica fiscale agisce da moltiplicatore inflattivo, mentre quella monetaria rimane in territorio espansivo: i Fed Funds a 3,75% e le aspettative di inflazione al 2,40-2,50% producono tassi reali appena positivi in prospettiva, ancora negativi sul dato corrente. Storicamente, i tassi reali si sono mossi tra l'1 e il 2%: c'è ancora molta strada da fare, e le curve dei rendimenti potrebbero irripidirsi ulteriormente. Il trentennale americano sopra il 5,5% non è più fantascienza.
Sul fronte azionario, il bias rimane pro-rischio finché il quadro macro regge. Ma dentro l'equity la selezione fa tutta la differenza. La tecnologia continua a essere un'area da presidiare, ma con chirurgica selettività. Nella settimana del 16 giugno 2026, molti gestori stanno alleggerendo i semicap equipment — titoli come Applied Materials, Lam Research e i loro simili — che hanno corso molto e che, nei prossimi tre o quattro trimestri, potrebbero vedere rallentare la spesa capex. Meglio spostarsi a monte: sui produttori di semiconduttori e su chi installa infrastrutture, dove la domanda strutturale rimane robusta.
Accanto alla tecnologia, due settori anticorrelati meritano attenzione strategica. Il primo è l'healthcare, in particolare medtech e biotecnologie, comparti che hanno sottoperformato di recente e che mostrano una correlazione negativa con il tech: in caso di volatilità o correzione, potrebbero fare da scudo ai portafogli. Il secondo è quello finanziario: in un contesto di curve che si irripidiscono e di economie solide, le banche beneficiano del carry da tasso e dell'espansione del credito, con perdite su crediti che restano contenute. Nonostante la recente sottoperformance, il settore bancario merita ancora un posto privilegiato in portafoglio.
C'è poi un tema che affascina sempre di più gli investitori più attenti: i mercati emergenti. Relativamente a buon mercato rispetto alle valutazioni storiche, avvantaggiati dal dollaro debole e sostenuti indirettamente dall'economia americana, gli emergenti stanno raccogliendo i frutti di una redistribuzione silenziosa delle supply chain globali. La Cina, un tempo primo fornitore degli Stati Uniti con circa il 15% dell'export destinato oltreoceano, è scesa intorno al 5%. Ma la produzione non è tornata in America: si è spostata in Vietnam, in altri paesi asiatici, in mercati che ora esportano verso gli Stati Uniti ciò che prima faceva Pechino. Gli emergenti, insomma, non sono vittime del reshoring. Ne sono i veri beneficiari.
Alberto Conca - Partner of LFG Holding and Chief Investment Officer of LFG+ZEST.